Fast fashion: la moda criminale. I rischi di questo sistema veloce
Uno dei settori più inquinanti nelle fasi di produzione, di trasporto e di successivo smaltimento Spopolano adesso la «Seconda mano» e le app di compravendita. Si fa strada la sostenibilità
La Fast Fashion è un tipo di moda (in italiano «moda veloce») basata sulla produzione di capi in breve tempo e a basso costo (low cost).
Questi prodotti, poiché hanno tessuti di scarsa qualità e le mode cambiano continuamente, vengono sovraconsumati e sovraprodotti. La Fast fashion resta uno dei settori più inquinanti nelle fasi di produzione e di trasporto. In questi ultimi anni sono emersi segnali di cambiamento spinti dall’uso del digitale. In questo caso analizziamo la recente metafora del “canarino nella miniera” di Luciano Floridi: «In passato, quando i minatori scendevano in miniera per estrarre il carbone, portavano con sé un canarino. Il volatile era molto più sensibile di loro ai gas velenosi, e se moriva nella sua gabbia significava che era il momento di scappare. Oggi in inglese si usa la frase “canary in the coal mine” per indicare qualcosa che svolge il compito di inviare un segnale anticipato di allarme. La moda è un settore che spesso rappresenta il canarino dell’economia e della cultura di un Paese. Penso che quello che sta succedendo oggi nella moda succederà domani in molti altri settori dell’economia, per lo meno nei Paesi più avanzati».
I segnali anticipatori che il canarino ci sta indicando sono almeno due: «Comprando vestiti usati allunghiamo la vita di un capo -Trionfano le app di vintage e second hand tra adulti e ragazzi. Questo perché c’è attenzione alla sostenibilità. Parliamo invece adesso degli unicorni, ma non di quelli delle favole. Quando nel campo della fast fashion si parla di unicorni si intende quando alcuni prodotti raggiungono 1 miliardo di dollari di valutazione. Gli Usa sono il paese con più unicorni seguito da Cina e India. Altra evidenza della fast Fashion è il caso di Depop, un’app Italiana dove gli acquirenti diventano compratori e viceversa. Le persone comprano vestiti per poi rivenderli. Vinted è una app inventata da due ragazzi italiani nel 2008 per vendere oggetti. Molto popolare è la piattaforma Vestiaire Collective dedicata alla vendita di capi di alta gamma. Molti marchi come Zalando, H&M e Levi’s stanno valutando la second hand, una nuova moda. I dati riportati dall’osservatorio Second Hand Economy dicono che nel 2020 il 54% degli italiani ha comprato o venduto oggetti e vestiti usati. Sono soprattutto laureati, famiglie con bambini e generazione Z. Quanto sarà ancora possibile stare sul mercato senza essere sostenibili? Nel frattempo è stato introdotto il concetto di società Benefit che, oltre a perseguire il profitto, si impegna formalmente a generare uno o più benefici comuni, operando in modo responsabile, sostenibile e trasparente verso persone, comunità, territori, ambiente e beni culturali.
Questa piattaforma rispetta le 5 P dell’agenda 2030: Persone, Pianeta, Pace, Prosperità e Partnership.
Siamo andati a intervistare Francesco Mezzolla, titolare di uno dei negozi di abbigliamento storici di Pisa, è in Corso Italia.
Quale impatto ha la fast fashion sul suo negozio? «Non ha influito molto sulla mia attività dato che i miei prodotti sono volti a un altro genere di pubblico. Personalmente non sono “contro” la fast fashion, an-zi penso che essa ha avuto il merito di aver diffuso la moda».
Da quanto tempo gestisce questa attività e da quando ha notato cambiamenti? «Da più di 30 anni e i periodi più bui sono legati alla crisi economica del 2008, non tanto al diffondersi della fast fashion».
Quanto è aumentato il costo della materia prima? «La materia di cui sono fatti i nostri prodotti di abbigliamento prima aumentava dell’1% annuo, mentre adesso del 5%, il prodotto finale costa di più».
Quali sono le principali differenze tra le materie prime che usate voi e quelle che usano i venditori di fast fashion? «Nell’alta moda il poliestere è bandito mentre nella fast fashion è un prodotto fondamentale che fa abbassare i costi. Il cliente dovrebbe tornare da noi non perché il capo è “finto” ma per la sua esclusività».
Da dove viene la merce? «Quella che vendiamo noi è perlopiù di aziende italiane, alcuni capi arrivano dalla Scozia. Dobbiamo fare attenzione: alcune aziende producono in Italia con manodopera irregolare».
Ecco la classe (III sezione F) della scuola Fucini che ha realizzato la pagina per il Campionato di Giornalismo de La Nazione: Adesokan Aboubacar Sidick Jounior, Bondi Enrico Maria, Kathleen Cabello Claire, Calabrò Anna, Coli Samuel, Hu Bianca, Kasami Keli, Lastimosa Shantel Kate, Macias Perez Allan Sleyther, Mannucci Francesco, Mustafaj Roberto, Redini Leonardo, Scacco Davide, Shihab MD Tamjid Ahmed, Shrestha Rami, Suli Giorgio, Tani Ginevra Tarasi Caterina ,docenti Tutor prof. sse Chirco Federica, Piscopo Maria, Fantini Anna, prof. Paolo Cappagli e Dario Umalini. Dirigente scolastico, prof. Francesco Feola.