Censura di ieri e di oggi. Nuove forme nell’era digitale
Dai regimi totalitari fino agli algoritmi: così nel tempo è cambiato il controllo delle idee
In un’epoca dominata dalla comunicazione digitale, la libertà di espressione sembra essere un diritto ormai acquisito e garantito.
La realtà è più complessa: la censura non è un fenomeno del passato.
Continua a esistere, ma, come mostra il confronto tra ieri e oggi, ha cambiato volto: da esplicito e coercitivo strumento di controllo del potere a meccanismo più sofisticato e diffuso. L’obiettivo rimane lo stesso: influenzare ciò che può essere detto, scritto o pensato. Durante il periodo della Controriforma, la censura fu un sistema organizzato e capillare, volto a difendere l’ortodossia religiosa ma con effetti profondi sulla cultura europea. La Chiesa si adoperò per arginare la diffusione delle idee considerate dannose per la fede. L’Inquisizione romana puniva chi si discostava dalla dottrina ufficiale con processi, obblighi di abiura e condanne molto severe. Nel corso del ’900, con l’avvento dei regimi totalitari, la censura divenne ancora più sistematica. In Germania, sotto Hitler, come nell’Italia di Mussolini e nell’Unione Sovietica con Stalin, lo Stato gestiva ogni canale comunicativo, manipolando le notizie e soffocando il dissenso. Giornali, radio e cinema erano usati per fare propaganda, mentre con la forza erano represse le proteste di operai e contadini, e messe a tacere le opinioni contrarie. Nelle attuali società democratiche, la censura non si manifesta in modo così diretto. Tuttavia, non è scomparsa, si è solo trasformata, adattandosi al contesto tecnologico e assumendo forme spesso non facilmente identificabili. Giocano, oggi, un ruolo centrale le piattaforme digitali. Social e grandi aziende tecnologiche decidono quali contenuti promuovere, limitare o rimuovere, spesso attraverso algoritmi poco trasparenti. Ma chi stabilisce cosa è accettabile? E con quali criteri? La moderazione dei contenuti può essere necessaria, ad esempio, nel contrasto alla disinformazione e all’incitamento all’odio. Una delle caratteristiche più insidiose della censura contemporanea è la sua invisibilità. Alcuni testi, se non eliminati, possono, però, essere resi meno visibili, penalizzati nei risultati di ricerca.
Questa prassi, difficile da dimostrare, ha un impatto significativo sull’opinione pubblica, orientando i dibattiti senza lasciare tracce evidenti. In un mondo in cui l’informazione è sempre più accessibile, ma anche sempre più filtrata, il rischio non è solo quello di non poter parlare, ma anche di non essere ascoltati. A complicare la situazione il fatto che, tra vari annunci, messaggi, notizie parziali e fake news, è arduo distinguere tra realtà e finzione. Gli esperti della comunicazione parlano, a questo proposito, di «censura del rumore». Evoluzione correlata al sovraccarico informativo, tipico dell’ecosistema digitale in cui viviamo. La sfida è trovare un equilibrio tra la necessità di regolare i contenuti e la tutela del pluralismo delle idee, pilastro della democrazia.
Cosa unisce Niente di nuovo sul fronte occidentale di Remarque, La fattoria degli animali di Orwell, Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie di Carroll? Si tratta di libri che nel corso della storia sono stati proibiti; il romanzo politico di Orwell è ancora oggi vietato in alcuni Paesi, tra cui la Cina. Con la nascita della stampa, in parallelo alla moltiplicazione dei libri disponibili sul mercato, è mutata anche la percezione del «pericolo dello scrivere». La letteratura è stata e continua a essere oggetto di controllo. In aumento il numero degli scrittori che contattano l’associazione Pen International in cerca di assistenza.
Dai roghi di libri nei secoli passati – un esempio è rappresentato da quelli avvenuti in Germania nel 1933 – fino ai divieti contemporanei, il filo conduttore è lo stesso: si teme la capacità delle parole di stimolare il pensiero critico. Alcuni sostengono che sia giusto proteggere da contenuti problematici; altri, invece, vedono in queste pratiche un pericolo per la libertà di espressione. Eliminare o modificare un libro significa anche togliere la possibilità di confrontarsi con idee diverse, per quanto scomode. La scuola ha un ruolo fondamentale: accompagnare gli studenti nella comprensione dei testi. Ci siamo chiesti: è meglio vietare o spiegare? La risposta non è semplice, ma crediamo che il dialogo sia sempre più efficace del silenzio. Un libro può disturbare, provocare, far riflettere: ed è proprio questa la sua forza.
Ecco i nomi dei giornalisti della 3C della scuola Secondaria di primo grado Dino Compagni: Aleksic Mirna, Andreoni Davide, Awad Yossef Abdelfattah Abdelghaffar Abdo, Barbieri Giovanni, Bastiani Teresa, Bellandi Davide, Bongiovanni Alessandro, Carrano Mattia, Cencetti Mia, Cordova Santos Sergio Giovanni, Corrado Mattia, David Blessie Grace, Gestri Pietro, Gori Carolina, Guarducci Alessia, Mascio Mattia, Monticelli Viola, Nocentini Greta, Roselli Aurora, Salani Lorenzo Joaquin, Serrano Aisha Marie, Svab Marko, Tarchiani Valeria, Trombetta Giorgia, Zaghi Vera. Dirigente Scolastico: Laura Guido.
Docente tutor: Serena Quartini.