Le parole che possono uccidere. L’esempio di Carolina Picchio
I ragazzi della classe hanno svolto un’indagine sul cyberbullismo nella loro scuola
Le parole possono uccidere? La risposta è sì, e Carolina Picchio ne è la prova. La notte tra il 4 e il 5 gennaio 2013 una ragazza di 14 anni decide di togliersi la vita sopraffatta dal dolore e dalla vergogna per gli insulti ricevuti a seguito della diffusione sui social di un video che la ritraeva in situazioni umilianti. A 4 anni dalla sua morte entra in vigore in Italia, e per la prima volta in Europa, la Legge 71/2017 finalizzata alla prevenzione e al contrasto del cyberbullismo tra i minori.
Questa legge definisce il fenomeno come una qualsiasi forma di molestia o aggressione contro minorenni attuata per via telematica oltre che la diffusione on line di contenuti personali a scopo denigratorio o di esclusione. Il cyberbullismo è un fenomeno fin troppo frequente tra i ragazzi della nostra fascia d’età con conseguenze spesso gravi per la vittima. Quello che è successo a Carolina potrebbe ripetersi senza conoscenza e consapevolezza sul tema. Abbiamo così deciso di elaborare un questionario anonimo per conoscere quali siano le esperienze dei nostri compagni a riguardo. Da un campione di 184 alunni intervistati emerge che il 28% ha subito atti di bullismo. Si tratta principalmente di insulti, prese in giro ed esclusione da gruppi. Questi episodi sono accaduti soprattutto su WhatsApp e in minoranza su giochi online e social network. La maggioranza delle vittime dichiara di aver provato tristezza e rabbia a seguito di questi episodi e di non essere riusciti a parlarne con nessuno per paura che la situazione peggiorasse. Supporto e capacità di chiedere aiuto sono elementi fondamentali per la prevenzione e il contrasto del cyberbullismo.
Dai dati raccolti possiamo quindi dedurre che gli studenti vorrebbero che il sistema di supporto nella nostra scuola venga ulteriormente rafforzato. E i cyberbulli? Tra le motivazioni che potrebbero spingere a diventarlo spiccano il desiderio di sentirsi forti o il bisogno di rivalsa per essere stati bullizzati in passato. Solo l’11% ha ammesso di esserlo stato e, se la maggioranza si è sentita in colpa, un 23% ha affermato di essere rimasto indifferente alle emozioni della vittima. In relazione a questo anche chi afferma di aver assistito almeno una volta ad episodi di cyberbullismo (ben il 45%) ha dichiarato di aver cercato di aiutare la vittima (47%) o di aver chiesto aiuto ad un adulto (24%) mentre un 25% di essere rimasto indifferente. Il dato sull’indifferenza potrebbe essere un sintomo della normalizzazione del fenomeno che porta a non riconoscere il danno ricevuto dalla vittima e a non empatizzare con essa.
In conclusione il problema è molto presente e richiede ancora spiegazione, sensibilizzazione ed educazione digitale per comportamenti più responsabili online.
Intervistando la referente del bullismo e cyberbullismo della nostra scuola abbiamo scoperto che i casi effettivi sono solo una piccola parte rispetto a tutto quello che le viene riferito; spesso si tratta di litigi e incomprensioni. Quando emergono situazioni critiche, raramente il bullo si rende conto di esserlo e difficilmente si rivolge a lei, ciò nonostante ci si occupa sia della vittima che del bullo al fine di ripristinare il benessere di ognuno.
Purtroppo ogni anno aumentano le richieste d’intervento. Gli atti più frequenti di cyberbullismo avvengono in chat con l’intento preciso di denigrare determinate persone con meme e hate speech.
Spesso sono i genitori a rendersene conto, perché il figlio sta male e allora si rivolgono alla referente.
Se le segnalazioni arrivano dai genitori o dai docenti, in genere si tratta di una situazione più seria e più complessa. A volte però il figlio racconta ai genitori una verità distorta e le situazioni si complicano. Ma cosa possiamo fare? Dire a un bullo di non fare il bullo e alla vittima di non reagire non basta. Se siamo testimoni di atti di bullismo, dobbiamo riferire agli adulti e schierarci dalla parte giusta: solo così possiamo fare la differenza. La referente, salutandoci, ci manda un messaggio chiaro: «I ragazzi devono capire che segnalare, bloccare e solidarizzare con la vittima sono azioni alla loro portata. Chi guarda e non fa, permette che la situazione continui».
Ecco chi sono i protagonisti.
Gli alunni: Adorni Fontana Leonardo, Angeli Teresa, Bertone Aurora, Buti Pamela, Caca Alex, Campione Enrico Maria, Castagna Alessandro, Cavallini Sara, Cecchetti Ilio, Grassi Martina, Lupi Adele, Marabotti Federico, Navarro Vasquez Jairo Jafet, Neretti Anita, Niccolini Gabriele, Nowacki Cecilia Maria, Picchi matteo, Picci Massimo, Rovescalli Chiara, Saitta Vittoria, Seminara Mia Alessandra, Sowa Christian, Volpicelli Emma.
Dirigente scolastico: Libralato Elisabetta Docenti Tutor: Taddei Nicoletta e Norcini Valentina