L’infanzia di tanti anni fa. I racconti di chi ama la terra
Gli alunni hanno conosciuto e intervistato Giovanni, contadino e pastore ancora attivo
Le bambine e i bambini delle due classi quarte della scuola primaria di Pieve San Paolo hanno intervistato Giovanni, agropastore nato negli anni ‘50. Le domande sono state molte, le curiosità altrettante e Giovanni si è prestato a rispondere con gentilezza. La prima domanda posta è stata sulla sua famiglia, e Giovanni ha risposto così: «La mia famiglia era agropastorale, avevamo le pecore e praticavamo la transumanza. Ci spostavamo durante l’anno a seconda per periodo affinché il gregge avesse da mangiare. Io ero il più piccolo dei miei fratelli, quindi i miei genitori hanno preferito che andassi a scuola invece che seguirli negli spostamenti».
Parlando della scuola, racconta: «Adoravo la mia maestra Alberta, era una donna che non portava parzialità, era giusta e aiutava tutti. Al primo sguardo pareva burbera, ma è stata una fortuna poter essere suo alunno; ci ha insegnato molto e ciò che ci ripeteva sempre era che bisogna essere leali, sinceri e tenere un buon comportamento, per vivere meglio. Lei non dava punizioni severe e queste erano sempre concordate con i suoi alunni: era davvero una donna moderna, un esempio da seguire».
Altre curiosità riguardavo il cibo: «Si mangiava in maniera semplice e genuina, a colazione pane, marmellata e latte (in una tazza bella grande), a merenda a scuola spesso portavamo un panino con la frittata, poi a pranzo e a cena si consumavano i cibi che coltivavamo nei campi, insieme al formaggio, ai legumi, alle uova e solo raramente alla carne. Aveva tutto un altro sapore».
Invece, a che cosa giocavi? «Spesso si giocava ad acchiappino e nascondino, i giochi si svolgevano tutti all’aria aperta; ci piaceva correre nei campi e muoverci in libertà. Poi c’erano anche le biglie e le palline retraibili. Avevamo anche inventato un gioco, chiamato “Cilicchebè”, ci divertivamo tanto insieme».
E la televisione c’era? «Quella era solo nei bar, o nei luoghi di ritrovo. Per poter consumare qualcosa e di conseguenza poter vedere la tivù, noi ragazzini facevamo dei piccoli lavori e gli adulti ci davano qualche moneta in cambio, la vita era semplice ma non ci mancava niente».
L’ultima curiosità è stata sugli spostamenti, e Giovanni ci ha detto: «Ci spostavamo a piedi o in bicicletta, l’autobus funzionava molto bene per gli spostamenti lunghi, ma non lo prendevamo spesso. In ogni paese c’era una famiglia che aveva macchina, che con pochi soldi ti portava dove avevi bisogno, una specie di taxi».
Siamo stati fortunati a poter intervistare Giovanni, è stato bello scoprire come in questi anni la vita sia cambiata e come la nostra fanciullezza sia diversa da quella dei nostri nonni e bisnonni.
Un tempo il mondo non arrivava attraverso uno schermo, ma passava per le mani, per le ginocchia sbucciate e per i racconti sussurrati nelle stalle o davanti al fuoco.
In quel mondo, essere bambini era diverso: si cresceva in fretta, aiutando nei campi o nelle faccende domestiche, ma si possedeva l’intero quartiere o l’intero bosco come parco giochi personale. Per capire come si viveva, dobbiamo immaginare tre fondamenta principali: Il cortile o la via erano il centro della socialità. Non esistevano appuntamenti: si usciva di casa e si trovavano gli amici. Il gioco era un esercizio di creatività pura: un cerchio di ferro, quattro sassi o una corda bastavano per riempire un intero pomeriggio.
La cultura dell’attesa: si aspettava la domenica per il vestito buono, l’inverno per le arance, e il passaggio del gelataio per un piccolo lusso. Questa attesa conferiva a ogni piccola cosa un valore immenso. Si era “figli di tutti”. C’era un controllo sociale che era, al tempo stesso, una rete di protezione invisibile.
L’infanzia di ieri e quella di oggi sono divise da una diversa concezione dell’esistenza. Se oggi i bimbi abitano uno spazio digitale, prima era fisico, rischioso e lento.
Oggi il gioco è un’esperienza solitaria davanti a uno schermo; ieri era un’esperienza collettiva davanti a un cortile che stimolava mondi interiori. La differenza non sta negli oggetti, ma nello sguardo: ieri si guardava fuori per inventare, oggi si guarda dentro un dispositivo per ricevere.
Gli alunni: IV A Baraglia Flavio, Cardinotti Tommaso, D’Onofrio Zeno, Dalcò Edoardo, De Giorgi Vittoria, Del Ry Adelina, El Jahidi Khadija, Ferrari Leonardo, Fonseka Danid Thehan, Grisafi Giulia, Moscato Matteo, Nieri Giorgio, Piazza Lyam, Raso Diletta, Turzi Filippo IV B Barsella Francesco, Bartalucci Thomas, Bellandini Niccolò, Belluomini Vittoria, Falanga Greta, Fernardo Mihidukulasooriya, Sara Nethmi, Ferrari Federico, Gaspari Edoardo, Ghilardi Diego, Giannini Pietro, Giusti Francesco, Martinelli Nicole A., Pieroni Leonardo, Pollastrini Francesco, Raffaelli Emma.
Le insegnanti: R. Sbrana , M. Sali, M. Fabiola, T. Salerno, F. Chiara, F. Carla, J. Moretti, C. Piscione, F. Benetello.
Dirigente: Biuso Donato.