Liberare cuore e testa dall’odio. Dalla storia fino ai giorni nostri
Cosa può scatenare atti violenti che spesso sono senza ritorno? L’analisi degli studenti
Tra gennaio e febbraio il calendario evidenzia due giornate che ci riportano agli anni conclusivi della seconda guerra mondiale e a quelli immediatamente successivi.
Memoria e Ricordo sono parole che richiedono silenzio, riflessione, rinnovo costante di una promessa: non dimenticare.
Ma alla Storia ufficiale si affiancano milioni di microstorie.
Per chi le vive da vicino, hanno un peso ancora maggiore: vite strappate, famiglie distrutte, comunità incredule. Ora che un fatto così traumatico come la morte del giovane Abu, per mano di un suo coetaneo, ha scosso la nostra comunità, l’impegno a non dimenticare si scontra con l’inevitabile scivolare della notizia dalle prime pagine dei quotidiani a qualche richiamo in riferimento al dibattito sulla sicurezza.
«Tutti noi vorremmo maggiore sicurezza, nelle scuole e per le strade» concordano i corsisti del Cpia, molti dei quali vengono da esperienze tutt’altro che serene, spesso vittime di violenze nel loro lungo viaggio verso l’Italia «e ci fa male vedere ragazzi che risolvono i loro problemi quotidiani con il coltello». Da quando è accaduto questo fatto, l’argomento è spesso al centro delle lezioni, dove si discute, ci si confronta e, soprattutto, si cerca di capire. «La violenza è un problema non solo italiano» dicono alcune studentesse della classe di Italiano L2, confrontandosi sul problema nei loro Paesi: Cuba, Vietnam, Marocco, Tunisia.
«Nei nostri Paesi ci sono meno garanzie per chi commette reati ma anche uno stato di polizia non è risolutivo: non è facile prevenire un atto violento». «Ma siamo sicuri – esclama Giulia – che i metal detector siano la soluzione? Se c’è l’intenzione, ci sono mille altri luoghi dove si può ferire, colpire, uccidere. La scuola potrà essere un luogo più sicuro in sé, ma fuori?». «Ci sarebbe bisogno di una presenza di psicologi nelle scuole, ma chi ha pensieri deviati sarà davvero disposto ad aprirsi ea parlare di quanto cova nella sua testa?». «Il problema dei ragazzi è la fine della socialità» evidenzia Lucia. «Non sono più abituati alla condivisione, alla convivenza diretta: vivono sui social. Non si parla, si messaggia; non si spiega, ci si esprime con foto ed emoticon; non ci si capisce, si fraintende e – abituati alla velocità – non si lascia il tempo alla riflessione, al confronto, alla mediazione: si esplode, invece di provare a chiarire, a gestire la frustrazione di fronte a un insuccesso, a un problema che ostacola i nostri desideri».
Compito: liberare il cuore dall’odio.
I commenti sono tanti, in tante forme: dalla poesia di Fatima sulla «violenza che urla e uccide» e sul «falso potere» di chi la pratica, al cartellone di Raouia che prova a ricostruire quanto è accaduto quel maledetto 16 gennaio, nel tentativo di trovare un senso, una spiegazione, un perché. Cosa avremmo potuto fare? «Tante cose che qui a scuola stiamo facendo da tempo sono molto importanti: educazione all’affettività, pari opportunità, contrastare stereotipi di genere, imparare a gestire le emozioni, comunicare, condividere, denunciare comportamenti a rischio» sottolineano Salifu e Kalilu, 17enni gambiani, ospiti di un centro di accoglienza per Msna. Dialogo, rispetto reciproco, educazione sono le parole più frequenti. «Le famiglie hanno un ruolo importante e devono essere più presenti, interagire maggiormente con la scuola per individuare e affrontare insieme, con valori condivisi, comportamenti preoccupanti» aggiunge Sana, 17enne marocchina, per evitare, conclude Meryeme, ulteriori «tragedie senza vincitori», con un tessuto sociale lacerato e un profondo senso di smarrimento. Le cronache sono spesso sconfortanti: guerre, distruzioni, conflitti sociali, repressioni, violenze private e pubbliche, ma, concludono Misir, albanese, Adeola, nigeriana, e Sadaf, pakistana, non bisogna arrendersi alla disperazione: «Scegliamo la pace ogni giorno con gesti piccoli ma sinceri, perché, quando finisce la violenza, allora sì che il mondo, piano piano, può cambiare».
Nella squadra del Cpia Manzi di Sarzana studenti di tre percorsi: 1° periodo (ex licenza media); 2° periodo (biennio generalista superiori); classe multilivello di Italiano L2. Eccoli: Fatima Ezzahra A., Fatima Ezzahra S., Sana S., Raouia S., Fouzia N., Salifu S., Kalilu Y., Franceska M., Giulia Z., Lucia D., Meryeme G., Naylin L., Maritza B., Linh Chi D., Abdou M., Mohamed A., Mohamed S., Francisco Alexandro G. P., Halima E., Hamagabdo M., Adeola A. J., Sadaf S., Laila T., Hafsa H., Sana D., Seloua K., Mariam B. M., Mijose N., Tikamaya T., Gloria O., Jennifer E., Souleymane D., Sarop S., Fatou G., Sana A., Hortanciah A., Jobayer B.e molti altri.
Docenti tutor: Letizia Pappalardo e Pierluigi Iviscori; dirigente: Andrea Minghi.