Riciclare vuol dire trasformare. Come cambia uno stile di vita
Dalla raccolta differenziata alla scoperta di sé: quando il cambiamento diventa lezione per crescere
Siamo venticinque ragazzi che, fra alcune settimane, termineranno il ciclo della scuola elementare.
Negli ultimi quattro anni, grazie alle nostre maestre, abbiamo capito quanto sia importante non sprecare che sia cibo o materiale così come è importante avere rispetto dell’ambiente. Per noi è diventato naturale separare la plastica dalla carta, il vetro dall’organico, abbiamo impariamo che ogni oggetto e materiale può avere una seconda vita.
Nella nostra scuola, ma anche a casa il riciclo è diventato un gesto quotidiano, quasi automatico. Ma questa “buona pratica”, come dicono i grandi, ha anche un altro significato, forse ancora più importante perché interessa ognuno di noi. Raramente, riflettiamo che forse anche noi, come i materiali che ricicliamo, attraversiamo continui processi di trasformazione e quindi subiamo un processo di riciclo.
La società ci chiede di essere efficienti, performanti, alla moda.
Proprio per difenderci da questa continua richiesta ogni giorno siamo costretti a riciclarci indossando maschere per adattarci alle aspettative degli altri e per nasconderci finendo così per assomigliare a dei robot, che non mostrano più cosa sono realmente perché selezioniamo, modelliamo, limiamo parti di noi per renderle accettabili. Indossiamo una maschera sociale. Ecco, a pensarci bene questa maschera è una forma di riciclo: prendiamo esperienze, emozioni, fragilità e le riorganizziamo per renderle presentabili al mondo. Ma il riciclo non è solo adattamento.
È trasformazione. Un oggetto destinato alla discarica non torna identico a prima: cambia forma, funzione, significato. Così le maschere sociali hanno il superpotere di modellare gli errori, le delusioni, le cadute e tutto può diventare materiale prezioso. Una sconfitta può trasformarsi in consapevolezza. Una critica può diventare crescita.
Riciclare, allora, significa non buttare via nulla di ciò che abbiamo vissuto. Noi crediamo che il riciclo, qualunque esso sia, se praticato in modo autentico, abbia una forza rivoluzionaria. Ci insegna che niente è definitivamente scarto. Anche ciò che sembra inutile può essere rigenerato. Applicato alla vita, questo significa concedersi seconde possibilità.
Significa non identificarsi con un errore, non considerarsi «rifiuto» dopo un fallimento. Le maschere di cartapesta che abbiamo realizzato nel laboratorio della scuola ci hanno insegnato anche questo oltre ad averci portato tanta allegria.
In un mondo che produce scarti materiali e relazionali, imparare a riciclare se stessi potrebbe essere l’atto più ecologico di tutti!
Per alcuni mesi il nostro laboratorio di cartapesta è stato invaso da pile di quotidiani da riciclare. Con infinita pazienza, abbiamo sminuzzato le pagine in piccoli pezzetti dopodiché, lasciati in ammollo per una nottata, abbiamo ottenuto una poltiglia informe con ancora presente una memoria di colore. Per renderla neutra e modellabile non solo l’abbiamo strizzata e frullata, ma aggiunto della farina per renderla più compatta, ma questo inserimento, a nostra insaputa, per reazione chi-mica ha fatto sprigionare un odore forte e pungente a causa della fermentazione che, per diverse settimane, ci ha fatto compagnia. La fase della modellazione è stata impegnativa quanto divertente e ci ha offerto la possibilità di dare sfogo alla fantasia e alle abilità manuali. Ma ciò che ci ha davvero divertito, dopo il processo di asciugatura, è stata la decorazione. Attraverso l’uso combinato del colore abbiamo potuto dare un’anima alle nostre maschere rendendole uniche. Ognuno di noi ha decorato con un preciso significato. C’è chi ha scelto colori accesi, chi tonalità più cupe, altri hanno tracciato linee decise e geometriche, altri ancora si sono lasciati guidare da forme morbide e irregolari. A decorazione terminata abbiamo capito che il nostro lavoro non era stato solo manuale, ma anche espressivo.
Queste maschere, nate da materiale destinato a essere scartato, hanno acquisito un nuovo valore: sono diventate, a nostra insaputa, il riflesso delle nostre idee, dei nostri stati d’animo, della nostra creatività condivisa.
Alunni Diego Affetti, Nicole Berti Noemi Berti, Filippo Bruni Erghi Celaj, Tommaso Chionne, Denise Dragoni Michele Giannotti, Thomas Hu, Simone Iacopini, Maria Giulia Istrate, Doha Loudiyi Christian Padelli Margherita Pasquini Gabriele Pjetri, Elia Rossi Andrea Semoli, Mia Severi, Elio Sinopoli Ayoub Souktani Giulia Suatoni, Odalvis Tineo, Elettra Tomassini Gabriele Tomassini Claudia Vicini Saelices Insegnanti Tutor: Antonella Di Tommaso Docenti: Katia Liberatori Maria Germana Chirico Francesca Ceccatelli Preside Rossella Esposito