Prato era la città dei cenciaioli. Gli stracci e l’usato come risorse
Gli alunni della 5A ripercorrono i mestieri in via di estinzione come quello di sarta e rammendina Il fast fashion ha cambiato gli usi e i consumi ma riciclare si può con tessuti, abiti e jeans
A Prato esiste una tradizione antica e preziosa: quella dei cenciaioli. Erano lavoratori specializzati che raccoglievano stracci e vestiti usati per ridare loro nuova vita.
Con pazienza dividevano i tessuti per colore e materiale, poi li sfilacciavano per ottenere nuova fibra.
Da vecchi cappotti nasceva nuova lana, da camicie consumate si ricavava cotone rigenerato. Era un esempio di riciclo quando ancora questa parola non era di moda.
Una volta le sarte erano molto richieste e quasi tutte le donne sapevano cucire. Oggi però questo mestiere è in calo, proprio come quello delle rammendine, donne abilissime che riparavano i tessuti con ago e filo in modo quasi invisibile. Se un pantalone si strappava si metteva una toppa, se un bottone cadeva si riattaccava e i vestiti passavano dai fratelli maggiori ai più piccoli. Nulla si buttava.
Oggi la situazione è cambiata. Le grandi catene di abbigliamento, spesso straniere, vendono vestiti a prezzi molto bassi. È il risultato della globalizzazione: i capi vengono prodotti in Paesi lontani, dove la manodopera costa meno, e poi venduti in tutto il mondo.
La globalizzazione ha punti di forza: offre tanta scelta nei negozi, prezzi convenienti e lavoro in diversi Paesi. Ma ha anche punti di debolezza: molti vestiti sono di bassa qualità, si rovinano presto e vengono buttati. Il trasporto inquina e si produce una grande quantità di rifiuti tessili. Così succede che compriamo più del necessario. Un vestito messo poche volte finisce nell’armadio e poi nella spazzatura. Pochissime persone oggi sanno cucire o riparare un capo d’abbigliamento. Il lavoro delle sarte, un tempo molto in voga, è diminuito e anche le rammendine, capaci di rammendare a perfezione lana e cotone, sono quasi scomparse.
Eppure molti tessuti si possono ancora riciclare. La lana è tra i materiali più facili da rigenerare, il cotone e il jeans possono essere recuperati e trasformati in nuovi filati. Anche alcune fibre sintetiche si possono riciclare, anche se il procedimento è più complesso.
Il vecchio lavoro dei cenciaioli di Prato ci insegna che gli abiti non sono rifiuti, ma risorse. Riciclare significa risparmiare acqua, energia e materie prime. Significa rispettare l’ambiente e il lavoro delle persone.
Forse dovremmo imparare di nuovo ciò che sapevano i nostri nonni: aggiustare, riutilizzare, dare valore alle cose.
Se compriamo meno e scegliamo meglio, aiutiamo il pianeta e sosteniamo un’economia più giusta. Prato, con la sua storia, ci ricorda che anche da uno straccio può nascere qualcosa di nuovo e bello.
A Iolo vive Piero 80, anni, nonno della nostra compagna di classe Bianca. E’ uno degli ultimi cenciaioli ed è venuto da noi portando tante foto in bianco e nero. Ci racconta, con voce ferma, un mestiere che sta lentamente scomparendo, ma che per decenni ha dato lavoro e dignità a tante famiglie pratesi. Piero iniziò a lavorare a soli 12 anni: «Era normale a quei tempi, si aiutava la famiglia e non ci si lamentava».
Arrivavano sacchi pieni di vestiti usati provenienti dall’Italia e dall’estero. Le donne e gli uomini li aprivano uno per uno, controllando con attenzione ogni capo. Il lavoro principale era dividere gli abiti per colore e per tessuto: lana con lana, cotone con cotone, fibre più leggere da una parte, quelle pesanti dall’altra. Un lavoro che richiedeva occhio esperto, pazienza e memoria.
«Se separavi bene i colori dice – non c’era bisogno di tingere di nuovo il filato e si risparmiavano acqua, tempo e fatica». Dopo la selezione, gli stracci venivano sfilacciati fino a tornare fibra, pronta per essere trasformata in nuovo filo e poi in tessuto. Le giornate erano lunghe e pesanti: la polvere riempiva l’aria e in inverno faceva freddo. Prima di salutarci, Piero ci regala un bel sorriso e dei biscotti, contento di essere tornato a scuola e ci lascia un messaggio semplice e attuale: non sprecare, riparare, rispettare il lavoro e dare valore anche a ciò che sembra solo uno straccio.
Questa pagina del campionato di giornalismo de La Nazione è stata realizzata dagli studenti della classe 5 A della scuola “Cuore Immacolato di Maria“ di Prato.
Gli studenti-cronisti in classe sono: Bianca Bellandi, Franco Benedetti, Francesco Cannastà, Eric Chen, Yuki Chen, Viola Corsano, Diego Gori, Zihao Huang, Giulia Leone, Samuel Pizzuti, Anita Puccetti, Vittorio Shi, Francesco tarallo, Andrea Wang, Sara Wu, Vicky Wu, Enrico Xu, Francesco Yu, Enzo Zhang, Jessy Zhang.
Docente-tutor che ha guidato gli studenti nel progetto è Silvia Tulli.
La dirigente scolastica dell’istituto “Cuore Immacolato di Maria“ è suor Stefania.