L’alluvione del novembre 1966. I ricordi sessant’anni dopo
Firenze e Pisa allagate e distrutte: la furia dell’Arno causò il cedimento dello storico Ponte Solferino
La mattina del 4 novembre 1966, dopo giorni di piogge incessanti l’Arno rompe gli argini, inondando Firenze, da Rovezzano a San Salvi, passando per Gavinana e il centro storico. Più di 70 milioni di metri cubi d’acqua traboccano, causando una devastazione diffusa. Le conseguenze sono devastanti: molte case, negozi e monumenti vengono sommersi dall’acqua. Numerose le opere d’arte danneggiate, milioni di libri sommersi e migliaia di veicoli trascinati via. Le persone atterrite e disperate si rifugiavano nei piani alti dei palazzi, perché la città era diventata un lago, in attesa di essere salvate dai vigili del fuoco. La città di Firenze viene sommersa dalla furia dell’acqua dell’Arno. In totale ci sono state 35 vittime, 17 a Firenze e 18 in provincia; ci furono danni incalcolabili ad uno dei patrimoni artistici più importanti del mondo. L’alluvione fu causata da una combinazione di eccezionali eventi meteorologici che saturarono i bacini fluviali, uniti a una gestione inadeguata delle infrastrutture e alla mancanza di un sistema di allerta; come per esempio dal primo scioglimento delle nevi sull’Appennino e dall’apertura della diga del Bilancino nell’alto Casentino. Questi fattori portarono all’esondazione dell’Arno, che travolse la città con un’onda di fango e acqua, causando danni ingenti e numerosi. Le persone che aiutarono a sopravvivere nel fango furono soprannominate “Angeli del Fango” e lavorarono per giorni contentandosi di mangiare talvolta un uovo sodo. Il danno più grande lo subì il Cristo dipinto da Cimabue, che pochi giorni prima era stato staccato dalla parete della Chiesa di Santa Croce per essere ripulito. La pittura perse circa il 70% dei colori.
A Pisa la situazione fu altrettanto drammatica, anche se con dinamiche diverse. La città visse ore di terrore per il rischio di un totale annientamento del centro. La furia dell’Arno causò il cedimento dello storico Ponte Solferino e di lunghi tratti delle spallette dei lungarni.
Si temette che i detriti trascinati dalla corrente potessero bloccare il deflusso dell’acqua verso il mare, provocando un’esondazione distruttiva come quella fiorentina. L’esercito e i cittadini lavorano freneticamente per rinforzare gli argini con sacchi di sabbia e la città evitò l’immersione totale subita da Firenze. Sono stati avviati importanti lavori di ingegneria idraulica anche grazie alle autorità di bacino distrettuale dell’Appennino Settentrionale, come lo Scolmatore di Pontedera, è progettato proprio per deviare le piene dell’Arno prima che raggiungessero Pisa. Oggi esiste anche un efficace servizio di allerte meteo diffuse a tutti i cittadini. E lungo l’Arno molte opere sono state fatte, ma il monitoraggio e la prevenzione restano fondamentali così come è importante sui corsi d’acqua minori portata avanti dai Consorzi di bonifica.
Intervista ai nostri nonni.
Come hai vissuto i giorni dell’alluvione? «Con trepidazione per quanto poteva succedere nella mia città. Non ci fecero entrare a scuola. In via Berlinghieri c’erano già 10 cm d’acqua. A quel punto mi recai sul Lungarno per vedere la situazione e vidi che ci furono dei punti in cui il fiume superava le paratie allagando le strade».
Fu difficile a Pisa e in centro? «Anche in centro ci furono vari disagi: i ponti erano chiusi perché le acque tumultuose del fiume trasportavano enormi tronchi che andavano a sbattere contro i piloni dei ponti facendo temere il crollo. Infatti, il 13 novembre, il Ponte Solferino con grande fragore crollò. Mi ricordo che, nonostante fosse chiuso, il giorno prima del crollo ci furono degli operai che lavorarono sul ponte, ma fortunatamente nessuno fu coinvolto».
Per sbrigare le tue attività quotidiane, come facevi? «I movimenti erano limitati, le spese si facevano nei negozi rionali perché le strade del centro furono allagate ed erano scivolose a causa del fango».
Alcuni tuoi amici o familiari andarono a Firenze per aiutare? «Alcuni miei amici decisero di andare a Firenze per dare una mano. Dovevo andarci anche io, ma poi non andai».
Quale fu il punto più allagato a Pisa? «Nei vicoli del centro storico, l’acqua scorreva in maniera veloce perché in discesa, dirigendosi verso le zone periferiche della città».
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Docente tutor Paolo Cappagli. Dirigente scolastico Francesco Feola.