Il guardaroba con coscienza. Il vero prezzo della moda veloce
Dall’inquinamento ai diritti dei lavoratori: vi raccontiamo il lato oscuro del Fast fashion
Il Fast fashion è la moda ultra veloce: spinge i consumatori a comprare in maniera compulsiva, per rimanere al passo con le tendenze. Si tratta di una strategia di produzione utilizzata dalle grandi aziende di distribuzione che producono capi a basso costo con un ritmo estremamente rapido (ecco perché «fast»). Il termine «Fast fashion» fu utilizzato per la prima volta dal New York Times, nel 1989, per descrivere un nuovo sistema di produzione che puntava a realizzare in grandi quantità capi di bassa qualità a prezzi ridotti, che in quindici giorni sarebbero dovuti passare dalla mente dello stilista alla vendita in negozio. Tutto questo potrebbe sembrare qualcosa di bello: possiamo sostituire ogni giorno un vestito vecchio con uno nuovo per essere alla moda e piacere di più; ma la realtà, dietro a questo sistema, è molto diversa.
Il Fast fashion contribuisce all’inquinamento ambientale: al secondo posto tra le più inquinanti al mondo troviamo infatti le industrie tessili, responsabili di emissioni di CO2, consumo eccessivo di energia e di risorse naturali.
Esiste un fiume in Africa, chiamato Caledon, che ha l’acqua color blu brillante, proprio come il colore dei jeans, a causa degli scarichi di un noto brand americano; ma troviamo situazioni simili anche in Cambogia, India, Vietnam e Bangladesh. Secondo i dati di Greenpeace, ogni anno soltanto nell’Unione Europea vengono gettate 5 milioni di tonnellate di vestiti e calzature (circa 12 kg a persona) e ogni secondo nel mondo un camion di vestiti viene bruciato o mandato in discarica.
Questo è il vero volto della moda veloce. Dietro il problema dell’inquinamento, c’è anche purtroppo un problema sociale, legato allo sfruttamento degli esseri umani e al lavoro minorile; la produzione di queste aziende avviene infatti in Paesi in via di sviluppo con condizioni lavorative e sociali al di sotto della normalità e della legalità.
L’incidente del Rana Plaza in Bangladesh del 24 aprile 2013 è stato la più grande testimonianza di questa realtà. Nel crollo dell’edificio morirono più di 1100 persone, tra cui donne e bambini, costrette a continuare a lavorare nonostante si sapesse da tempo del pericolo strutturale e costrette così a pagare con la vita il prezzo della moda veloce. Il Fast fashion non è quindi solo un modo di vestire, ma un sistema che ha conseguenze gravi per il pianeta e per milioni di persone: dietro una maglietta a pochi euro non c’è un affare, ma soltanto inquinamento, sfruttamento e ingiustizia.
150 miliardi. È il numero di vestiti prodotti ogni anno. A farci aprire gli occhi su questa realtà è stato lo spettacolo ’Fashion Victims’ del Teatro del Buratto, a cui abbiamo assistito con la scuola al Teatro Astoria. Racconta la storia di una bambina che lavora in un’industria tessile del Bangladesh e di un adolescente che, chiuso nella sua camera a scegliere vestiti, non immagina che la sua maglietta, che ha comprato con così tanta indifferenza, sia stata prodotta da povere mani sfruttate. Per affrontare tutto questo servirebbero grandi cambiamenti da parte delle industrie e dei governi, ma noi, nel nostro piccolo, che cosa possiamo fare per evitare di alimentare quest’industria della morte? La prima regola è comprare di meno. Spesso compriamo senza pensarci, perché ci fa stare bene; il risultato è che abbiamo molti più vestiti di quanti ne indossiamo. Potremmo chiederci più spesso: «Questo vestito mi serve davvero?». La seconda regola è comprare meglio: pochi capi di qualità, informandosi sui marchi e sulle modalità di produzione. L’ultima regola è quella di imparare a riparare i nostri vestiti invece di buttarli via e riciclarli; esistono molte realtà, come quelle dei mercati del vintage e del second hand, che ci permettono di vivere la moda in modo sostenibile. Ogni nostra scelta conta più di quanto immaginiamo. Stiamo distruggendo il mondo con il nostro consumo, proviamo a rianimarlo: forse non possiamo cambiare tutto da soli, ma possiamo iniziare dal nostro armadio.
Ecco la redazione della scuola Poggi di Lerici – ISA 10, composta dagli alunni della redazione della classe 2A: Andreani Maddalena, Baudone Giorgio, Bilotta Lucy Blue, Bolognini Samuele, Braccelli Demi, Callegari Davide, D’Imporzano Marta, Gabriele Gabriele, Galloni Elettra, Gianaretti Giada, Giannini Olivia, Iorio Valentina, Lorieri Mattia, Mazzini Flavio, Mesiani Ginevra, Musetti Alice, Nicora Elena, Romano Carolina, Sartori Samuele, Servi Elio, Stagnari Martina, Veras Lopez Freilyn.
Insegnante tutor: Costanza De Luca Dirigente scolastica: professoressa Rossella Capozzo.