Moda veloce, smaltimento lento. I pro e i contro della fast fashion
Riflessione della 2C della scuola Carducci di Carrara: quanto ci costa la nostra immagine? Le statistiche di Greenpeace e il questionario per comprendere meglio la cultura ’usa e getta’
La fast fashion è un argomento molto dibattuto e i capi e gli accessori prodotti in questo modo li indossa anche chi non sa che sono stati prodotti in questo modo. Chi li apprezza e li indossa lo fa perché, spendendo poco, ha l’opportunità di sentirsi alla moda e al pari di chi indossa gli stessi modelli disegnati dagli stilisti e venduti a prezzi nettamente diversi. Sono capi che si trovano facilmente online e che altrettanto facilmente ti arrivano a domicilio, pronti per essere indossati… ma per quanto tempo? Certo, ci sono tutte le taglie e i colori che vuoi, magari la qualità non sarà delle migliori ma la qualità non la puoi toccare in un reel! La fast fashion ti consente di cambiare continuamente outfit fino a quando non trovi il tuo stile, quello che pensi ti rappresenti meglio. Ma questa “moda per tutti” ha solo dei vantaggi? La fast fashion ha un forte impatto ambientale perché una quantità enorme di vestiti viene prodotta e acquistata in modo velocissimo, ma in modo altrettanto velocissimo viene scartata: un circolo di produzione e scarto che di virtuoso, a ben guardare, ha poco.
Dati Greenpeace dimostrano che questo modo di produrre e comprare crea enormi quantità di rifiuti: “Ogni anno soltanto nell’Unione europea vengono gettate via 5 milioni di tonnellate di vestiti e calzature (circa 12 chili per persona)”.
Di questi 5 milioni di tonnellate, l’80% va a finire in inceneritori e discariche oppure nei Paesi al sud del mondo. Non è migliore l’aspetto sociale: sfruttamento dei lavoratori, lavoro minorile compreso, con turni fino a 20 ore giornaliere, discriminazione di genere, mancanza assoluta di misure di sicurezza, sono i principali aspetti negativi. In classe ci siamo interrogati su quanta responsabilità noi abbiamo nel rafforzare questa cultura dell’usa e getta e abbiamo provato a rispondere con un questionario.
Ciò che è emerso è che sì, sappiamo bene cos’è, siamo consapevoli dei pro e dei contro (inquinamento su tutti) e sappiamo anche quali sono i Paesi maggiormente colpiti.
Nello stesso tempo è però pure emerso che sì, nel nostro armadio ci sono felpe, pantaloni, t-shirt e accessori vari rigorosamente fast… La verità è che questi capi ci piacciono per motivi anche validi, costano poco e ci permettono di avere qualcosa alla moda in più, senza necessariamente rischiare di essere accusati di cultura “usa e getta“, ma sicuramente dobbiamo pensare all’impatto sul nostro ambiente e il fatto che la nostra principale preoccupazione sia l’inquinamento significa che non siamo così superficiali. Dovremmo trovare un equilibrio tra il nostro (legittimo?) desiderio di avere addosso quello che ci piace e l’altrettanto desiderio (legittimo!) di avere un mondo pulito dove vivere.
La fast fashion si basa sulla produzione rapida e massiccia di capi d’abbigliamento e accessori economici che imitano le ultime tendenze. Il termine nasce a New York negli anni ’90 del secolo scorso per definire la produzione di capi e di accessori alla moda che costano poco perché poco è costato produrli. Di solito, dal disegno alla realizzazione passa molto tempo, invece per la realizzazione e la messa in vendita di questo tipo di articoli, il tempo è decisamente breve, se non brevissimo. Proprio in queste ore, alla Settimana dellamoda di Milano, stanno sfilando le proposte per il prossimo inverno di stilisti e marchi del lusso: è probabile che, in queste stesse ore, l’industria del fast fashion si stia organizzando per riprodurre quegli stessi trend e metterli sul mercato, reale e online, già nelle prossime settimane. Ogni giorno milioni di capi inondano il web e le strade dello shopping, fino al punto che oggi possiamo parlare di ultra-fast fashion, che analizza, in tempo reale – e servendosi dell’intelligenza artificiale -, le tendenze social per individuare ciò che ancora non sappiamo di volere. Sovrapproduzione, bassa qualità, ricambi rapidissimi che vanno di pari passo con i rapidissimi cambi di gusto di noi consumatori: in breve, queste sono le caratteristiche dell’ultra-fast fashion. In tanti Paesi il settore produce senza regole, senza rispettare i diritti dei lavoratori e l’ecosistema: un forte impatto sociale e ambientale è il caro – questo sì! – prezzo da pagare per prodotti convenienti, velocissimi da produrre e da comprare ma molto, molto lenti da smaltire.
Gli elaborati e le immagini che sono presenti in questa pagina del Campionato di giornalismo – Cronisti in classe edizione 2026 sono stati pensati e realizzati dalla classe 2C della scuola Secondaria di primo grado Carducci dell’Istituto comprensivo Carrara e Paesi a Monte.
Gli insegnanti tutor del progetto, che hanno affiancato passo dopo passo gli studenti sono: Giovanna M. Boi, Sebastiano Collu, Claudia Passavanti, Alexandra Tomasi e Paola Maccarini