ll progetto de La Nazione per i lettori di domani

COFINANZIATO

Scuola Secondaria di I grado F. Mazzei di Poggio a Caiano (PO) - 3D

«Kapò, Kartoffeln, Kaputt». Severino sopravvissuto ai campi

La storia di un deportato politico, attraverso le parole della nipote, nonna di una compagna Carla Lunardi si è fatta intervistare dagli studenti: «Lui non perdeva mai la speranza di tornare»

«Mio zio, Severino Lunardi, nato a Firenze il 20 dicembre 1912, contadino, all’età di 28 anni fu chiamato a prendere parte alla seconda guerra mondiale, nella quale l’Italia venne coinvolta nel 1940. Dopo l’8 settembre ‘43, venne catturato dai tedeschi e deportato in Germania, in un campo di lavoro».

A raccontare questa storia tragica è Carla Lunardi, 68 anni, di Campi Bisenzio, nonna di Caterina Migliorini, nostra compagna di classe.

«Lo zio lavorava forzatamente dove costruivano aerei che sarebbero andati a bombardare l’Italia – riprende – e questa era una cosa che lo feriva molto, perché in Italia abitava tutta la sua famiglia. Quando arrivò nel campo, non sapeva neanche una parola di tedesco, ma con il tempo imparò le poche parole che gli servivano per sopravvivere: kapò, ossia il brutale superiore a cui doveva ubbidire, kartoffeln cioè patate, che gli hanno evitato di morire di fame, e kaputt ovvero distrutto, finito, la distruzione che ha visto ogni giorno della sua vita in quel campo».

Carla racconta come vivessero nelle baracche tra freddo e fame, e come fossero pieni di pulci.

«La loro giornata tipo era questa: al mattino si svegliavano molto presto e andavano subito a lavorare, a stomaco vuoto, lottando contro stanchezza e morsi allo stomaco, perché costretti a fare bene il proprio lavoro in quanto se sbagliavano venivano picchiati. La sera rientravano e, le volte in cui era concesso loro di mangiare, si dovevano accontentare di un zuppa di scarti. Per non soffrire il freddo, quando qualcuno moriva, gli prendevano il cappotto e le scarpe: quel che serviva per coprirsi».

La nonna di Caterina spiega che ogni giorno Severino vedeva le persone morire, eppure non perdeva mai le speranze, perché aggrappato al sogno di poter tornare a casa e riabbracciare i suoi.

«Dopo aver passato la maggior parte di quell’anno in fabbrica, lo zio venne trasferito in cucina, perché i tedeschi volevano qualcuno che sapesse cucinare piatti italiani – racconta Carla – Così iniziò a fare il cuoco per i superiori e se provava anche solo a rubare qualcosa dalla cucina erano guai. Però, pur di non morire di stenti, a volte riusciva a prendere qualche buccia di patata e le portava nelle baracche, dove le condivideva con i suoi compagni e le riscaldava mettendole su una stufa».

Severino fu tra i pochi deportati a riuscire a tornare a casa, nel 1944, e a riabbracciare i suoi familiari.

«Sin da subito – conclude la nonna – lo zio ha raccontato a tutti, grandi e piccini, la sua storia per far sì che il suo dolore si trasformasse in esempio di resilienza e in memoria per i posteri, come monito affinché una simile tragedia non risucceda mai più».

 

«Se torneremo, non permetteremo al mondo di dimenticare». Inaugurato nel 2002, il Museo non è un freddo contenitore di date, ma un racconto vivo. Sorge a Figline, Prato, su un suolo già sacro: qui, il 6 settembre 1944, mentre la città festeggiava la libertà dal nazifascismo, 29 giovani venivano impiccati dai nazisti. Ma la vera “scossa” arriva quando lo sguardo cade sugli oggetti esposti. Non sono reperti archeologici, sono brandelli di vita interrotta. Quei pezzi di metallo, quelle ciotole ammaccate, quegli strumenti di lavoro forzato non arrivano da un catalogo: sono stati ripescati dal fango delle gallerie di Ebense e dai sopravvissuti pratesi. Roberto Castellani, uno di questi, e i suoi compagni tornati dall’inferno hanno riportato a casa le prove del delitto, trasformando la loro sofferenza in un dono per noi. Ogni pannello ti chiede: «E tu, cosa avresti fatto?». In un mondo che corre veloce questo museo ti impone la lentezza. Ti obbliga a fermarti davanti a una scarpa spaiata o a un filo spinato, ricordandoti che la “banalità del male” non è un capitolo chiuso, ma un rischio sempre latente. Il museo non vuole che tu sia un turista del dolore, ma un complice della memoria. Il vero cuore pulsante non sono le mura, ma la biblioteca e l’archivio: lì, migliaia di nomi e storie attendono solo di essere letti per tornare a vivere.

Questa pagina del campionato di giornalismo è stata realizzata dagli studenti della 3D della scuola media “Filippo Mazzei“ di Poggio a Caiano.

Studenti-cronisti in classe: Lorenzo Agnolucci, Matteo Anaclerio, Diego Bellantuono, Angelo Chen, Alessia Ciardi, Giano Daly, Sara Gismondi, Emanuele Landi, Lin Yizhe, Lin Zhao, Liu Yeqi, Sara Lombardi, Caterina Migliorini, Matteo Morosi, Itan Niemen, Gianmaria Noci, Asia Simoni, Samuele Zeloni, Elena Zhou, Monica Zhou, Federica Zhou. La vignetta è stata realizzata dalla studentessa Monica Zhou.

L’insegnante di lettere e coordinatrice del progetto è la professoressa Stella Spinelli.

Il dirigente scolastico dell’istituto comprensivo “Filippo Mazzei“ è la professoressa Silvia Torrigiani.

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Apertura votazioni 19/02/2026 ore 10:00
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