Sport, generatore di comunità. Momenti di inclusione sul campo
Tra ieri e oggi le Olimpiadi come dimostrazione di esempi di amicizia, gruppo e collaborazione
Nel 776 avanti Cristo, a Olimpia, si tengono per la prima volta le Olimpiadi, celebrazioni religiose e atletiche dedicate al dio Zeus. Questi giochi avevano un valore così profondo e sacro che, durante il loro svolgimento, persino le guerre venivano sospese. Le poleis greche concedevano una tregua temporanea, l’Ekecheiria durante i conflitti, per permettere ad atleti e spettatori di raggiungere Olimpia in sicurezza. Questa consuetudine fu rispettata per secoli, fino all’ultima edizione dei giochi antichi, celebrata nel 393 dopo Cristo. La tregua olimpica non rappresentava soltanto una pausa dalle armi, ma il riconoscimento di un valore superiore: lo sport come spazio sacro di rispetto reciproco e appartenenza alla comunità.
Oggi, per i ragazzi e le ragazze lo sport non è solo attività fisica o competizione: è prima di tutto un’esperienza di inclusione. Fare sport significa sentirsi parte di un gruppo, imparare a rispettare le regole, gli altri e se stessi, accogliere le differenze come una ricchezza e non come un ostacolo. In una società che spesso non tollera l’errore e mette sotto pressione chi è imperfetto, lo sport diventa uno spazio protetto in cui è consentito sbagliare, è possibile migliorare e, infine, è naturale crescere insieme.
Anche lo stesso Papa Francesco ha definito lo sport un vero e proprio «generatore di comunità», in particolare per i giovani. Attraverso l’attività sportiva nascono relazioni, amicizie, occasioni di condivisione e un forte senso di appartenenza, valori sempre più rari ma fondamentali.
Negli sport di squadra, in particolare, l’inclusione è una condizione indispensabile. Senza collaborazione non si vince e, spesso, non si gioca nemmeno. Ogni atleta è diverso, con capacità e limiti propri: è proprio questa diversità a rendere il gruppo più forte. Il gioco di squadra insegna che nessun successo è davvero individuale e che ogni risultato nasce dalla fiducia reciproca. A ricordarlo è stato anche un gesto simbolico alle Olimpiadi di Tokyo 2020, compiuto nel salto in alto, quando Gianmarco Tamberi e Mutaz Essa Barshim che decisero di condividere la medaglia d’oro, trasformando la competizione in un atto di amicizia e rispetto.
Come nell’Antica Grecia, anche oggi lo sport può essere un linguaggio universale, capace di unire culture diverse e favorire relazioni di pace. Forse non basta a fermare le guerre, ma può insegnare alle nuove generazioni che cooperare è possibile. In fondo, tra le Olimpiadi di ieri e quelle di oggi, il messaggio resta lo stesso: giocare insieme significa imparare a vivere insieme.
Anche se oggi lo sport è simbolo di inclusività, le donne sono state ammesse alle competizioni sportive solo di recente, oltrepassando i limiti posti dalla cultura e dai pregiudizi. Infatti, durante i giochi olimpici dell’Antica Grecia alle donne non era consentito essere presenti, nemmeno come spettatrici. Le uniche che potevano assistervi erano le sacerdotesse. Tuttavia, nel 396 a.C. e nel 392 a.C. la principessa spartana Cinisca vinse la corsa dei carri. Infatti, in questa competizione erano i proprietari dei cavalli a vincere, anche se non presenti fisicamente ai giochi. In realtà, neanche alla prima edizione delle Olimpiadi moderne del 1896 era consentito alle donne partecipare. De Coubert, infatti, voleva rispettare la tradizione, secondo cui le atlete femminili erano escluse. Tuttavia, una donna corse lo stesso, in maniera non ufficiale, la maratona della prima edizione delle Olimpiadi, chiudendo il percorso in circa cinque ore e mezzo, tempo che non le fu riconosciuto. Il suo nome era Stamata Revithi e, grazie a lei, nell’edizione successiva, le donne furono ammesse a partecipare ai giochi olimpici. Con la partecipazione, arrivò anche la prima medaglia d’oro, vinta da Hélène de Pourtales nella vela. Il coronamento di un percorso lungo e irto di ostacoli è culminato nell’edizione di Parigi del 2024 quando la metà degli atleti in gara è rappresentato da donne che per la prima volta competono in discipline prima riservate a uomini, come il pugilato e la lotta greco-romana.
La pagina è stata realizzata dalla classe 3^ D della Secondaria di primo grado dell’Istituto comprensivo Leonardo da Vinci di Castelfranco: Denis Baleanu, Miriam Bartalucci, Samuele Beati, Francesco Calò, Andrea Carli, Khadim Diao, Noemi Doci, Mosslem Dridi, Mohammed El Fakhiri, David Epifanov, Elisa Esposito, Francesco Gemmi, Dante Martinelli, Kevin Melai, Sokhna Diarra Bousso Ndoye, Megi Paja, Matteo Palladino, Syria Taddei, Lorenzo Trassinelli, Marco Vene.
Docente tutor Mia Ceccanti. Dirigente scolastico Sandro Sodini.